giovedì 10 settembre 2009

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lunedì 7 maggio 2007

LA METAFORA DEL PAESAGGIO



"A questa realtà mobile e polimorfa non possiamo che corrispondere con un pensiero plurale, aperto e interrogativo: un pensiero che invece di situarci al di fuori del divenire delle cose, porta a vivere le cose e divenire con esse"

L’autrice indaga il significato che la “metafora del paesaggio” assume nell’era dell’informazione. In una realtà cioè sempre più composita, stratificata, instabile dei contesti urbani, in cui ad una visione oggettiva, meccanicistica e stabile della realtà si sostituisce una visione soggettiva, che insiste sui rapporti, sulle relazioni, anziché su entità isolate, "in cui l’osservatore e l’atto di osservazione costituiscono parte fondamentale e integrante",il paesaggio come "luogo della mente, modo di pensare il reale", nella sua rinuncia ad una sintesi dall’alto, nel suo essere "rappresentazione dell’irrappresentabile" in quanto mai definibile-misurabile-quantificabile, diventa espressione dell’indissolubile presenza dell’orizzonte, metafora del "pensare lo spazio" come insieme di "relazioni e interazioni mai stabilmente definibili, mai unicovamente afferrabili", in una strategia di pensiero che "concede margini ai processi di creazione[…]nella continua riproblematizzazione delle certezze".
E’ in quest’ambito che il libro indaga i nuovi paesaggi, i nuovi "scapes informatici": i "Field-scapes" in cui "l’unità delle parti, la loro forma, ha minor valore del loro espandersi", in cui la figura diventa parte dello sfondo, in cui si sostituisce al concetto di “oggetto” quello di “campo”. L’autrice affronta e descrive sotto questo aspetto le architteture degli strati, dei layering che si costituiscono come estensione del paesaggio e viceversa quelle dell’In-between, del luogo intermedio, dell’interstizio come spazio dell’evento.

Ai modi di pensare questi spazi, si collega poi il concetto della "piega" e dell’"effetto Möbius" che nel processo diagrammatico-concettuale piuttosto che analogico-figurativo, offre all’architettura la virtualità di uno spazio altro, intuibile oltre il visibile, rappresentazione "di un divenire incessante, del processo di crescita e mutamento che sempre il paesaggio sottende".

Gli "Eco-scapes" che sulla base di un nuovo pensiero ecologico che riconosce nelle vita, non una materia vivente, bensì un sistema vivente basato sulla riorganizzazione permanente, tendono ad una convergenza tra i prinicipi organizzativi dell’architettura e quella dei sistemi viventi. Cosi," inscrivendo nel DNA dell’architettura le potenziali capacità trasformative[…] l’architetto si limita a creare le condizioni iniziali di un processo di sviluppo, utilizzando modelli capaci di simulare tali porocessi[…] fissando poi il movimento in una configurazione che ne riflette l’intero processo formativo".

Gli "Hypermedia-scapes", che fondendo reale e virtuale aprono la porta a "nuove possibilità di un ulteriore dispiegamento del reale[…]nuove forme espressive capaci di dare forma all’istantaneità". Per far comprender il significato di questi scapes l’autrice ha riportato una frase di Toyo Ito: “Come il corpo umano si è sdoppiato in un corpo reale associato alla natura come elemento nel quale circolano l’acqua e l’aria e in un corpo elettronico nel quale circola l’informazione, così l’opera architettonica dovrà integrare lo spazio fisico collegato alla natura e lo spazio virtuale collegato al mondo attraverso la rete elettronica”.



Il testo, che è in se una lettura molto complessa e richiede quindi un attenzione particolare per comprenderne in fondo il significato, essendo d’altro canto scopo dell’autrice quello di trasmettere anche sensazioni diciamo “mentali” oltre alla mera descrizione degli scenari, trasporta comunque il lettore in un suggestivo viaggio in questa “metafora del paesaggio”, ed in quello che rappresenta per gli architetti dell’epoca dell’informazione. Ed in effetti queste esplorazioni rappresentano una vera e propria nuova linfa vitale per l’architettura.

mercoledì 18 aprile 2007

Commento al libro di Antonino Saggio "Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura", Carrocci, Roma 2007



Sulla Reificazione:

C’è nel libro, a mio parere, un esemplificazione molto forte di quella concezione di spazio “non oggettiva” e legata al tempo che viene così articolatamente esposta ed è l’esempio delle PIRAMIDI.Nella sua semplicità costituisce un buon punto di partenza, ma è anche logico che un lettore cerchi di immaginare un punto di arrivo. Nel farlo personalmente ho trovato un limite. Mi spiego: lasciamo per un attimo da parte questa cosa dell’interattività che in se è sostanzialmente nuova, nel senso che non c’era prima e partiamo invece dallo spazio, o meglio dalle percezioni di spazio che si sono succedute nel tempo, in relazione a diversi paesaggi mentali. Si è detto che lo spazio in se è l’applicazione di una convenzione al dato della materia; ora io non riesco ad immaginare uno spazio fatto di un tempo che è di salto in altri mondi, se non senza togliere il dato materia dalla convenzione spazio ed è questo il motivo per cui è cosi forte partire dall’esempio delle piramidi. La materia come è attualmente intesa, in senso statico, dovrà per forza di cose diventare qualcos’altro, dovrà diventare mutevole perché è altrimenti impossibile pensare ad un tempo fatto di salti, a metafore soggettive. Per capirci, la nuvola di Diller&Scofidio è fatta di acqua, senza questa nuova percezione della materia, che anch’essa c’è e non c’è, cosa sarebbe quell’architettura? Allora si sta andando verso uno spazio senza materia come in fondo è quello dei computer, o almeno senza materia come è comunemente intesa?
La mia domanda è: cosa succederà alla materia, il mattone è ancora strettamente necessario? Perché per quello che ho letto sul libro secondo me non va più bene…

domenica 1 aprile 2007

Commento Lezione 3 2007.

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Una breve riflessione sul rapporto tra comunicazione, astrazione e percezione.

Si può dire che queste tre parole siano strettamente interconnesse e che quindi al variare del livello di una si modifichino di conseguenza le altre. C’è poi una parola che le riunisce tutte, ma fino ad un certo punto, che è il simbolo. Fino ad un certo punto perché in se il simbolo è una cosa rivolta a tutti, generalmente riconosciuta, ma dei livelli di astrazione e di comunicazione possono arrivare a percezioni soggettive, libere per ciascuno di crearsi il proprio significato, la propria metafora.

Ora la cosa che mi interessa sottolineare e che il rapporto tra la forza della comunicazione e quella dell’astrazione determina di volta in volta diversi tipi di percezione. Per cui non si tratta di un rapporto proporzionale ne tanto meno inverso perché c’è un peso in questa proporzione dato dal nostro paesaggio mentale e dalle cose da cui questo è influenzato.

Pensiamo dal punto di vista dell’architettura e partiamo dall’ipotetica chitarra di Venturi ed a come il suo livello di astrazione crei un determinato tipo di comunicazione e percezione. Passiamo allora alle ali dell’opera di Sidney di Utzon; quella proporzione determina un simbolo. Prendiamo in considerazione poi il museo ebraico di Libenskid e riflettiamo su come il rapporto tra comunicazione e astrazione determini la percezione di una storia. Ora se è vero che, per il nostro paesaggio mentale, risulta molto più forte la comunicazione della Z di Libeskind, in relazione alla sua astrazione, rispetto alla chitarra di Venturi è anche vero che, ad un certo livello di astrazione, potrebbe perdere forza la comunicazione ed assumerne la percezione soggettiva. Mi riferisco cioè al chiasma di Steven Holl, ma anche ad esempio al padiglione serpentine gallery di Toyo Ito, o anche agli studi sui frattali di Eisenman…allora mi chiedo dove ci porterà la “via dei simboli”?

Un Cubo....



Serpentine Gallery Pavilion 2002"Summer Pavilion"London, Toyo Ito.


lunedì 19 marzo 2007

SULLA PROLUSIONE E SULLE " NUOVE SOGGETTIVITA' "


Prima domanda: perché non ha fatto la prolusione alla prima lezione? Sarei stato molto più convinto per l’iscrizione…Seconda domanda: La crisi è determinata dall’avvento del mondo dell’informazione o è esso stesso in crisi? Riprendendo cioè dalle domande sulla lezione1: utilizzando strumenti come imput di costruzione mentale non si rischia di fare un operazione ideologica come quella del movimento moderno? È possibile che ci troviamo oggi in una situazione simile a quella di Terragni? È insomma possibile che la crisi non sia più generata dall’avvento del mondo dell’informazione sul sistema preesistente ma dall’informazione stessa? Nel senso: sistema preesistente, nuovo avvento, crisi e successivamente nuovo sistema in crisi per il riecheggio del vecchio. Dov’è la crisi oggi? Terza domanda: L’anima dell’informazione è la interconnessione tra i dati. Ma in realtà cosa faccio se traduco questo in architettura? Rappresento, formalizzo con elementi nuovi e rivoluzionari, ma questo vuol dire davvero prendere forza dalla crisi per combatterla o solo rappresentarla? E’ possibile che la crisi sia invece nello stesso mondo dell’informazione? Che questo determini l’estraneazione del singolo e quindi una condizione di crisi? E allora mi chiedo: come può un simbolo rivolto a tutti comunicare soggettività? E’ possibile che la crisi sia un qualcosa di intrinseco al nuovo sistema e non invece determinata dall’avvento di questo e di conseguenza la forza progettuale dello spazio non dovrebbe nascere da questi elementi stessi per poi essere gestita con i nuovi strumenti?

Una mia idea di architettura della crisi:Alvar Aalto, Padiglione di Finlandia a New York (1939); alla freddezza della produzione industriale, della razionalità, Aalto contrappone la spontaneità, i valori umani. Aalto travolge il prisma statico sospendendovi dento una grande parete ondulata in listelli di legno sostenuta da fili in tensione, a dire: questa è la mia terra, i miei valori.

SULLA LEZIONE: "INFORMAZIONE MATERIA PRIMA DELL'ARCHITETTURA"

Ma modelli dinamici come elementi mentali di strutturazione dello spazio o come strumenti? Nel senso: l’informazione è materia, l’informazione è continuamente in formazione, e quindi mutevole e prende forma in modelli dinamici; ma allora i modelli sono strumenti per modellare l’informazione? In sostanza: se è stato vero che strumenti abbiano in passato determinato costruzioni mentali dello spazio (la prospettiva, la piramide), ciò è ancora valido oggi? Legare cioè la concezione mentale dello spazio agli strumenti generati dal nuovo contesto o ricondurla oggi direttamente alla materia prima per poi gestirla con gli strumenti? Insomma, modelli dinamici reitificati in architettura o usati come strumenti per gestire una concezione spaziale che ha come fonte diretta la materia prima?