"A questa realtà mobile e polimorfa non possiamo che corrispondere con un pensiero plurale, aperto e interrogativo: un pensiero che invece di situarci al di fuori del divenire delle cose, porta a vivere le cose e divenire con esse"
L’autrice indaga il significato che la “metafora del paesaggio” assume nell’era dell’informazione. In una realtà cioè sempre più composita, stratificata, instabile dei contesti urbani, in cui ad una visione oggettiva, meccanicistica e stabile della realtà si sostituisce una visione soggettiva, che insiste sui rapporti, sulle relazioni, anziché su entità isolate, "in cui l’osservatore e l’atto di osservazione costituiscono parte fondamentale e integrante",il paesaggio come "luogo della mente, modo di pensare il reale", nella sua rinuncia ad una sintesi dall’alto, nel suo essere "rappresentazione dell’irrappresentabile" in quanto mai definibile-misurabile-quantificabile, diventa espressione dell’indissolubile presenza dell’orizzonte, metafora del "pensare lo spazio" come insieme di "relazioni e interazioni mai stabilmente definibili, mai unicovamente afferrabili", in una strategia di pensiero che "concede margini ai processi di creazione[…]nella continua riproblematizzazione delle certezze".
E’ in quest’ambito che il libro indaga i nuovi paesaggi, i nuovi "scapes informatici": i "Field-scapes" in cui "l’unità delle parti, la loro forma, ha minor valore del loro espandersi", in cui la figura diventa parte dello sfondo, in cui si sostituisce al concetto di “oggetto” quello di “campo”. L’autrice affronta e descrive sotto questo aspetto le architteture degli strati, dei layering che si costituiscono come estensione del paesaggio e viceversa quelle dell’In-between, del luogo intermedio, dell’interstizio come spazio dell’evento.
Ai modi di pensare questi spazi, si collega poi il concetto della "piega" e dell’"effetto Möbius" che nel processo diagrammatico-concettuale piuttosto che analogico-figurativo, offre all’architettura la virtualità di uno spazio altro, intuibile oltre il visibile, rappresentazione "di un divenire incessante, del processo di crescita e mutamento che sempre il paesaggio sottende".
Gli "Eco-scapes" che sulla base di un nuovo pensiero ecologico che riconosce nelle vita, non una materia vivente, bensì un sistema vivente basato sulla riorganizzazione permanente, tendono ad una convergenza tra i prinicipi organizzativi dell’architettura e quella dei sistemi viventi. Cosi," inscrivendo nel DNA dell’architettura le potenziali capacità trasformative[…] l’architetto si limita a creare le condizioni iniziali di un processo di sviluppo, utilizzando modelli capaci di simulare tali porocessi[…] fissando poi il movimento in una configurazione che ne riflette l’intero processo formativo".
Gli "Hypermedia-scapes", che fondendo reale e virtuale aprono la porta a "nuove possibilità di un ulteriore dispiegamento del reale[…]nuove forme espressive capaci di dare forma all’istantaneità". Per far comprender il significato di questi scapes l’autrice ha riportato una frase di Toyo Ito: “Come il corpo umano si è sdoppiato in un corpo reale associato alla natura come elemento nel quale circolano l’acqua e l’aria e in un corpo elettronico nel quale circola l’informazione, così l’opera architettonica dovrà integrare lo spazio fisico collegato alla natura e lo spazio virtuale collegato al mondo attraverso la rete elettronica”.

Il testo, che è in se una lettura molto complessa e richiede quindi un attenzione particolare per comprenderne in fondo il significato, essendo d’altro canto scopo dell’autrice quello di trasmettere anche sensazioni diciamo “mentali” oltre alla mera descrizione degli scenari, trasporta comunque il lettore in un suggestivo viaggio in questa “metafora del paesaggio”, ed in quello che rappresenta per gli architetti dell’epoca dell’informazione. Ed in effetti queste esplorazioni rappresentano una vera e propria nuova linfa vitale per l’architettura.




