mercoledì 18 aprile 2007

Commento al libro di Antonino Saggio "Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura", Carrocci, Roma 2007



Sulla Reificazione:

C’è nel libro, a mio parere, un esemplificazione molto forte di quella concezione di spazio “non oggettiva” e legata al tempo che viene così articolatamente esposta ed è l’esempio delle PIRAMIDI.Nella sua semplicità costituisce un buon punto di partenza, ma è anche logico che un lettore cerchi di immaginare un punto di arrivo. Nel farlo personalmente ho trovato un limite. Mi spiego: lasciamo per un attimo da parte questa cosa dell’interattività che in se è sostanzialmente nuova, nel senso che non c’era prima e partiamo invece dallo spazio, o meglio dalle percezioni di spazio che si sono succedute nel tempo, in relazione a diversi paesaggi mentali. Si è detto che lo spazio in se è l’applicazione di una convenzione al dato della materia; ora io non riesco ad immaginare uno spazio fatto di un tempo che è di salto in altri mondi, se non senza togliere il dato materia dalla convenzione spazio ed è questo il motivo per cui è cosi forte partire dall’esempio delle piramidi. La materia come è attualmente intesa, in senso statico, dovrà per forza di cose diventare qualcos’altro, dovrà diventare mutevole perché è altrimenti impossibile pensare ad un tempo fatto di salti, a metafore soggettive. Per capirci, la nuvola di Diller&Scofidio è fatta di acqua, senza questa nuova percezione della materia, che anch’essa c’è e non c’è, cosa sarebbe quell’architettura? Allora si sta andando verso uno spazio senza materia come in fondo è quello dei computer, o almeno senza materia come è comunemente intesa?
La mia domanda è: cosa succederà alla materia, il mattone è ancora strettamente necessario? Perché per quello che ho letto sul libro secondo me non va più bene…

domenica 1 aprile 2007

Commento Lezione 3 2007.

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Una breve riflessione sul rapporto tra comunicazione, astrazione e percezione.

Si può dire che queste tre parole siano strettamente interconnesse e che quindi al variare del livello di una si modifichino di conseguenza le altre. C’è poi una parola che le riunisce tutte, ma fino ad un certo punto, che è il simbolo. Fino ad un certo punto perché in se il simbolo è una cosa rivolta a tutti, generalmente riconosciuta, ma dei livelli di astrazione e di comunicazione possono arrivare a percezioni soggettive, libere per ciascuno di crearsi il proprio significato, la propria metafora.

Ora la cosa che mi interessa sottolineare e che il rapporto tra la forza della comunicazione e quella dell’astrazione determina di volta in volta diversi tipi di percezione. Per cui non si tratta di un rapporto proporzionale ne tanto meno inverso perché c’è un peso in questa proporzione dato dal nostro paesaggio mentale e dalle cose da cui questo è influenzato.

Pensiamo dal punto di vista dell’architettura e partiamo dall’ipotetica chitarra di Venturi ed a come il suo livello di astrazione crei un determinato tipo di comunicazione e percezione. Passiamo allora alle ali dell’opera di Sidney di Utzon; quella proporzione determina un simbolo. Prendiamo in considerazione poi il museo ebraico di Libenskid e riflettiamo su come il rapporto tra comunicazione e astrazione determini la percezione di una storia. Ora se è vero che, per il nostro paesaggio mentale, risulta molto più forte la comunicazione della Z di Libeskind, in relazione alla sua astrazione, rispetto alla chitarra di Venturi è anche vero che, ad un certo livello di astrazione, potrebbe perdere forza la comunicazione ed assumerne la percezione soggettiva. Mi riferisco cioè al chiasma di Steven Holl, ma anche ad esempio al padiglione serpentine gallery di Toyo Ito, o anche agli studi sui frattali di Eisenman…allora mi chiedo dove ci porterà la “via dei simboli”?

Un Cubo....



Serpentine Gallery Pavilion 2002"Summer Pavilion"London, Toyo Ito.